E se il destino della terra fosse scandito da un volo d’api? Il romanzo d’esordio di Chiara Castello

L'intervista a cura di Donatella Vassallo per Vivere Naturale
16 Giugno 2022

Un morbo misterioso ha decimato la popolazione mondiale. Secoli dopo, i sopravvissuti alla pandemia vengono allevati dentro riserve di caccia per evitarne l’estinzione definitiva. Qui lavora Carla Ferretti, l’infermiera protagonista del romanzo d’esordio di Chiara Castello, “Come volano le api”, edito da Le plurali nel 2021. E qui, in quest’ambiente abbruttito dalla violenza, Carla troverà inedite strade per sopravvivere. 

La giovane autrice, “cresciuta in mezzo al nulla” sulle colline del basso Piemonte, oggi traduttrice freelance, ci racconta in quest’intervista come si intreccia il volo delle api alle sorti del nostro pianeta. 

Hai scritto il libro un anno prima dello scoppio della pandemia da Covid19, anticipando profeticamente alcuni dei temi e degli scenari che sarebbero poi diventati di stringente attualità. Da dove ti è arrivata questa storia? E a quale genere ti sembra ascrivibile?

Ho pensato a come la natura si potrebbe ribellare all’estremo sfruttamento che ne facciamo. L’idea mi è venuta in parte dopo una riflessione su quanto sia contraddittorio il termine “riserva di caccia”, non un luogo in cui la vita è protetta, ma un luogo in cui si uccidono gli animali. In seguito ho fatto un’altra riflessione, sul sito della centrale nucleare di Chernobyl (terribilmente attuale anch’essa oggi, purtroppo), in cui la natura è sbocciata nonostante le radiazioni, appena lasciata libera di farlo. Da lì ho pensato al racconto che Carla legge all’interno del libro, un racconto di animali radioattivi che si ribellano al genere umano, ma ho pensato poi di mantenerlo come leggenda popolare, perché non sarebbe stato verosimile, avrei avuto bisogno di qualcosa di più probabile, quindi ho optato per una malattia. Fin dall’antichità le malattie sono sempre state il nostro nemico numero uno, ma non avrei immaginato che la natura si sarebbe ribellata davvero in modo così evidente di lì a poco. 

È sicuramente ascrivibile alla fantascienza, poiché mi sono basata sulla realtà per fare una critica al nostro modo esagerato di vedere come oggetto di sfruttamento qualsiasi cosa riteniamo inferiore a noi, dall’ambiente, agli animali, alle altre persone. E per dare un avvertimento, ovvero: penso che potrebbe davvero succedere questo se non cambiamo modo di pensare, di porci come padroni del mondo e padroni dell’altro.

A pg.18 scrivi: “Si sarebbe buttata sull’unico settore che non smette mai di fabbricare soldi: la crudeltà. Perché più il popolo è affamato e più è crudele. Più il popolo è ignorante e più è manipolabile, e più è manipolabile e più è facile offrirgli dolci, comode valvole di sfogo per non pensare troppo allo stomaco vuoto”. Questa descrizione appartiene alla distopia o alla realtà? Oggi, quanto ti sembra sottile il confine tra le due dimensioni?

Questa dimensione appartiene alla distopia e in una sfumatura più sottile anche alla realtà. È stata parte del nostro passato, perché come è ovvio questa ispirazione mi è venuta dai giochi romani dei gladiatori, ma è un meccanismo che vediamo tutti i giorni applicato alla nostra realtà. È solo più facile giudicare il passato sui libri di storia che rendersi conto di ciò che accade nel presente.

Nel tuo racconto, toni descrittivi più crudi si alternano a momenti di grande umanità e tenerezza. Ci sono i simboli, anzitutto: le api, il miele, il basilico, che un giorno Pietro regala a Carla. Dopo aver ricevuto quel dono la protagonista fa questa riflessione: “In questi mesi ha capito che per rimanere sana di mente, almeno in parte, ha bisogno di simboli. Ci si tiene ancorata, ma lo fa indirettamente, senza accorgersene. Sono loro a tenerla salda”. Cosa intendevi dire? 

In questa storia Carla è dissociata, si sente impazzire, si vede dall’esterno e cerca di riaggrapparsi alla parte sana di se stessa. La dimensione di Pietro e delle api è l’unica dimensione positiva che lei abbia conosciuto in molti anni, quindi cerca di tenersi saldi in mente dei simboli che in qualche modo il suo cervello malato codifica per farle tornare in mente Pietro e dunque una speranza di salvezza. È la mia idea di come potrebbe ragionare una persona che non è più sana di mente, almeno per il momento. Ho voluto entrare nella mente del personaggio al cento per cento, con un flusso di coscienza che potesse infastidire un po’ il lettore, perché trovo che lo stile debba riflettere il fine del libro, che è una critica.

E poi c’è Bianca, la bambina che, con il suo sguardo puro e cristallino, cambia il destino di Carla. Come si può recuperare e coltivare quello sguardo se l’infanzia è ormai alle nostre spalle?

In realtà Bianca non è una bambina, è una ragazza giovane più o meno dell’età di Carla. Però a lei Bianca ricorda in modo crudele la sorellina che ha perso, Sara. Lo sguardo dei subumani è differente perché loro sono cresciuti isolati dalla società. Penso che la soluzione sia proprio questa: isolarsi dai concetti che ci sono stati inculcati come giusti e che ci arrivano spesso anche da epoche che non hanno più niente in comune con la nostra, pensare liberamente. Mettere tutto in discussione, cambiare punto di vista, provare quello dell’altro. È difficile, perché per imparare noi interiorizziamo i concetti, diamo per scontato ciò che ormai abbiamo imparato, però penso sia anche molto interessante. Avere dubbi è interessante.

Ma soprattutto, c’è l’amore, declinato in vari modi: il lavoro di cura di Carla, la passione per Pietro, i suoi legami familiari vecchi e nuovi. Cosa significa fare spazio a questa forza in un mondo che sembra contraddirla continuamente?

Non è tanto una scelta, non credo che si possa scegliere se amare oppure no, penso sia piuttosto una capacità che si apprende o non si apprende nel corso della propria crescita, con l’educazione che riceviamo, nell’ambiente in cui cresciamo. Ci viene insegnato cosa rispettare (noi stessi più degli altri oppure gli altri alla pari di noi stessi) e quali saranno le nostre priorità. Credo che da piccoli gesti, come mostrare che rispettiamo l’ambiente ai bambini per esempio, possano sbocciare idee grandissime e rivoluzionarie, ma anche profonde capacità di amare. 

Per me questa risposta è strettamente collegata a quella precedente, credo che siamo tutti in equilibrio precario tra quello che abbiamo imparato e quello che riusciamo ad astrarre in modo autonomo.

Pensi che il nostro pianeta abbia un futuro? Se sì, quali strade seguire?

Certamente il pianeta ha un futuro, non so dire quanto triste questo futuro sarà, però la prima cosa da fare penso che sarebbe non chiudere gli occhi, iniziare a fare scelte sensate per quello che ognuno di noi può fare, senza pensare di poter andare avanti senza fare cambiamenti solo perché è la nostra normalità e siamo abituati a fare così.

Cosa ha significato per te la pubblicazione da parte di una casa editrice femminista? Quale legame intercorre tra le rivendicazioni dei diritti delle donne e la salvaguardia ambientale?

Come dicevo prima, questo libro è una critica a un modo di pensare, che è lo stesso che rende vittime molto spesso noi donne. Per questo sono felice di avere pubblicato con una casa editrice femminista, che rispetto e ammiro molto.

Donatella Vassallo

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