GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE Natura Sì: torna Seminare il Futuro: porte aperte nelle aziende bio  per sostenere la biodiversità agricola.

Fondazione Seminare il futuro e di NaturaSì che – nella Giornata mondiale dell’alimentazione del 16 ottobre – aprono le porte di 9 aziende agricole bio
14 Ottobre 2022

 Negli ultimi 100 anni, secondo la FAO, è scomparso il 75% delle specie vegetali impiegate in agricoltura. In Italia, i dati parlano dell’esistenza di 8.000 varietà di frutta fino all’inizio del secolo scorso: oggi si arriva a meno di 2.000, e la gran parte sono considerate a rischio di ‘estinzione’. Oggi, la biodiversità agricola ha bisogno di sostegno attraverso operazioni di ricerca e recupero: servono – soprattutto per l’agricoltura biologica – nuove sementi resistenti alla crisi climatica e adatte al bio.È questo l’impegno della Fondazione Seminare il futuro e di NaturaSì che – nella Giornata mondiale dell’alimentazione del 16 ottobre – aprono le porte di 9 aziende agricole bio per la semina collettiva. Anche quest’autunno oltre 2.000 persone spargeranno semi di cereali nei campi. Molte delle sementi saranno quelle prodotte nel campo catalogo che la Fondazione gestisce assieme all’Università di Pisa, dove si stanno selezionando cereali che rispondono alle necessità del biologico. Si tratta di semi in grado di produrre piante con radici ramificate e profonde, capaci di andare a cercare il nutrimento che non viene fornito in forma immediata dai fertilizzanti chimici di sintesi. Semi che danno vita a piante di frumento alte, in grado di competere con le erbe infestanti. “Per invertire la rotta della crisi ambientale serve intervenire sul settore primario, servono anche altri semi che, necessariamente, sono frutto di una ricerca specifica” dice Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì. “Oggi parte delle sementi utilizzate non è ‘riproducibile’, oppure l’autoriproduzione a cura dell’agricoltore non risulta interessante perché́ instabile e poco produttiva. L’agricoltura biologica necessita di varietà̀ ‘locali’, legate cioè̀ alle caratteristiche delle aree di produzione, oppure selezionate in modo specifico per una pratica agroecologica, in grado di svilupparsi pienamente in campi dove la chimica di sintesi non viene impiegata”.In questo contesto è stata selezionata la prima varietà di grano duro per il biologico dall’incrocio di varietà di frumento delle aree del Mediterraneo. La nuova varietà “Inizio” nasce da una ricerca che ha visto la collaborazione del CREA di Foggia assieme a Peter Kunz, esperto svizzero di selezioni in biologico, e finanziata da NaturaSì e Cooperativa Gino Girolomoni. La ricerca è partita nel 2016, ripresa poi dalla Fondazione Seminare il Futuro e dal Centro di ricerca agro-ambientale dell’Università di Pisa, dove sono stati realizzati incroci impiegando varietà moderne e antiche. Il bisogno di semi adatti all’agricoltura biologica e biodinamica italiana ha portato NaturaSì a finanziare il progetto, destinato ad evolversi e a produrre nuove varietà di grano duro. “Abbiamo chiamato ‘Inizio’ questa prima varietà di grano duro adatta all’agricoltura biologica proprio perché solo di un inizio si tratta. Il processo di selezione sta andando avanti per arrivare ad ottenere anche altre varietà con le caratteristiche ottimali per chi svolge agricoltura biologica”, spiega Federica Bigongialidirettrice della Fondazione Seminare il Futuro. La Strategia europea Farm to Fork prevede che entro il 2030 i campi biologici arrivino al 25% della superficie agricola del continente. Obiettivo importante e ambizioso visto che il bio copre oggi il 9% delle terre agricole europee (in Italia questo dato sale a oltre il 17%): per moltiplicare i campi bio, così come indica il Green Deal, occorre partire dall’inizio, da semi adatti. Che siano anche resistenti alla sempre più incombente crisi climatica.“Quella del clima è la sfida più epocale che abbiamo davanti. L’agricoltura bio può essere parte della soluzione all’impoverimento agricolo e alimentare. Ma occorre un impegno forte su ricerca e innovazione per lo sviluppo e la selezione di sementi adatte al biologico. Per anni abbiamo chiesto una ricerca per migliorare le tecniche agronomiche del biologico e anche per aumentarne le rese, che ora sono inferiori di circa un quarto rispetto al convenzionale. Noi stiamo mettendo la nostra esperienza al servizio di questo obiettivo, che ci pare ora più che mai importante. Ed è quasi incredibile pensare che non sono le istituzioni della ricerca pubblica ad occuparsi di un settore centrale per l’innovazione in campo ambientale. È difficile pensare ad una transizione ecologica che dimentichi l’agroecologia”, spiega Fausto Jori, amministratore delegato di NaturaSì.È sull’importanza delle sementi che da ormai 12 anni nelle aziende agricole dell’ecosistema NaturaSì si svolge la manifestazione Seminare il futuro, che vede la partecipazione di centinaia di persone impegnate nel gesto antico di spargere le sementi su un campo. Un appuntamento dal forte significato simbolico che mette l’accento sulla necessità di promuovere un’agricoltura che si prenda cura della fertilità naturale del suolo.Tra le aziende che partecipano a Seminare il futuro ci sono quest’anno Azienda Agricola Biodinamica Cascine Orsine e Azienda Agricola Carpaneta (Lombardia), Cooperativa Agricoltura Nuova (Lazio), Cooperativa Agricola Gino Girolomoni (Marche), Azienda Agricola Fattoria Di Vaira (Molise), Società Agricola biodinamica San Michele e Società Agricola La Decima (Veneto), Corte San Ruffillo (Emilia Romagna) e Azienda Agricola Il Cerreto (Toscana).La Fondazione Seminare il Futuro nasce per promuovere in Italia il biobreeding, cioè la selezione di varietà adatte all’agricoltura biologica e biodinamica tramite tecniche di incrocio tradizionali. L’obiettivo è far fronte a una situazione di impoverimento della biodiversità agricola che comincia a preoccupare le istituzioni internazionali, soprattutto in relazione alla necessità di coltivare specie resistenti alla crisi climatica.NaturaSì è tra i fondatori di Seminare il Futuro perché, da sempre, considera i semi come un bene comune. Ne deriva che la gestione dei diritti delle varietà deve essere vista all’interno di organi senza scopo di lucro per evitare la privatizzazione dei profitti.

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