I pensieri sono tigri di carta: il libro di Elisa Chiodarelli per una vita più consapevole

L'intervista di Donatella Vassallo per Vivere Naturale Mindful Magazine
9 Luglio 2022
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“Mi fa male la realtà”: lo esprime bene, Chandra Livia Candiani, il senso di smarrimento di questi giorni. Avevamo sognato un’estate spensierata e invece, eccoci qua, tra siccità, guerre, pandemia e chi più ne ha più ne metta. Viene voglia di chiudersi in casa e aspettare la fine del mondo.

O forse, va cercata un’altra casa. Ma dove? La mindfulness può venirci in soccorso, suggerendoci un modo diverso di approcciarsi alla vita. Il percorso, va da sé, tocca a noi tracciarlo. Consapevoli che non troveremo l’illuminazione appena girato l’angolo. E neanche alla fine del viaggio, a dirla tutta. 

Val la pena provare. E un libro può essere un buon punto di partenza per capirne di più. Come quello di Elisa Chiodarelli, insegnante di mindfulness e autrice del volume di recente pubblicazione “I pensieri sono tigri di carta” (Hoepli Editore).

Con lei abbiamo conversato di alcuni degli argomenti del libro.

Come nasce l’idea di un libro con questo titolo?

Credo che nel nostro immaginario la figura della tigre sia molto potente. Nelle culture orientali lo è anche di più, ma ciascuno di noi, nel momento in cui evoca un animale così selvaggio e pericoloso (e al tempo stesso così bello ed elegante) può collegarlo a tutta la forza della parte inconscia, automatica e non addomesticata che fa da sempre parte di noi. La tigre che abita il profondo dei nostri meccanismi di attacco e difesa è sempre pronta a reagire non appena la vita ci mette alle strette. Da qui i metodi di trasformazione che vengono da Oriente (come la meditazione di consapevolezza), oggi più nota nel nostro Occidente come mindfulness.   

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Che cos’è la mindfulness e quali legami la connettono con il buddhismo? Quale può essere la sua utilità nel nostro quotidiano?

La mindfulness così come la conosciamo oggi non è nient’altro che la meditazione di consapevolezza concentrativa che viene dalla tradizione buddhista, che è stata ad un certo punto utilizzata nell’ambito dei programmi di riduzione dello stress formulati negli Usa. Jon Kabat-Zinn è il padre del programma intensivo di 8 settimane che incorpora e utilizza a piene mani il metodo buddhista.

I benefici sono moltissimi; non per niente già dai primi anni ’80 Kabat-Zinn e colleghi hanno deciso di verificarne le ricadute dal punto di vista scientifico. La letteratura, dopo 40 anni di ricerca, è davvero ricchissima e va tutta nella direzione di una conferma dei benefici del programma di 8 settimane.

Sostanzialmente, la mindfulness (al di là del programma intensivo studiato scientificamente) ci aiuta a diventare più chiari, presenti e svegli. E contemporaneamente, ad aprirci all’esperienza del momento presente. Ci sostiene nella nostra capacità di autoregolare le emozioni, di non farci sopraffare da ciò che viviamo, a riconoscere la bellezza che ci circonda, a diventare più creativi e positivi, a ricordarci che facciamo parte di una realtà interconnessa, dove ciascuno contribuisce a ciò che accade. Poi certo, aiuta le difese immunitarie, l’abbassamento della pressione e del cortisolo, la regolazione dei ritmi di veglia/sonno, la riduzione dello stress. È utile nell’affrontare le dipendenze, la depressione ed è dimostrato che, integrarla alle terapie di alcune patologie, aiuta a tenerle sotto controllo.  

Gli insegnamenti del Buddha partono da una verità incontrovertibile: l’esistenza di duhkha, della sofferenza. Se ne ipotizzano tre tipi: la sofferenza della sofferenza, la sofferenza del cambiamento e la sofferenza onnipervasiva. Ce li descrive? In che modo la pratica di consapevolezza può modificare il nostro rapporto con il dolore?

Il Buddha partiva proprio dalla constatazione che tutti noi soffriamo a diversi livelli: duhkha è la parola sanscrita che indica questo senso di disagio, sofferenza o inadeguatezza che ciascuno di noi vive durante le esperienze che attraversa. Il pensiero buddhista, sempre molto preciso nel catalogare e spiegare i meccanismi della mente umana, individua tre tipi di sofferenza, che rappresentano i modi più grossolani, sottili e molto sottili di intrappolarci nei tranelli della mente. La “sofferenza della sofferenza” è la parte più vistosa di duhkha, quella che Jon Kabat-Zinn tratteggia ad un certo punto nel suo primo libro “Full catastrophe living” – ovvero l’intera catastrofe della vita, con le sue sconfitte, le perdite, gli incidenti, le malattie, le guerre e le calamità. Poi però il buddhismo individua anche la sofferenza del cambiamento, che si realizza quando non siamo in grado di accogliere ciò che ci accade. Rifiutiamo l’esperienza, o ci attacchiamo a ciò che per forza di cose cambia e magari non abbiamo più. È il disagio che viviamo di fronte all’età che avanza e al mondo che cambia, di fronte al quale a volte neghiamo ciò che si presenta; a volte pretendiamo che rimanga per sempre identico a se stesso.

La sofferenza onnipervasiva è quel senso di insoddisfazione, quel malumore di fondo che ci accompagna molto spesso durante la giornata, quel “sì, però…” che (ci) diciamo, quell’incapacità di accogliere davvero ciò che la vita ci presenta.

La pratica di consapevolezza ci aiuta permettendoci di vedere con occhi svegli e nuovi la nostra esperienza, smettendo di separarcene (e smettendo di attaccarci) – per cominciare ad amare ciò che c’è.   

Nel libro parla di un sistema definito dal buddhismo “struttura del desiderio” o “afferrarsi al sé”. Di che cosa si tratta?

Si tratta dei meccanismi dell’ego – il buddhismo tibetano lo chiama “shenpa”, afferrarsi al sé appunto, che è come un movimento viscerale, fisico, del nostro intero sistema che reagisce di fronte a ciò che non coincide con le aspettative. Quando mi accade qualcosa che percepisco come ingiusto, sbagliato, pericoloso (le cose che ci diciamo di non meritare), o semplicemente diverso, ecco che la mente reagisce e si oppone. Quando ci separiamo dall’esperienza, di solito soffriamo in uno dei tre modi che ho descritto prima (!). 

Secondo il Buddha esistono due realtà: una convenzionale e una più profonda. Può spiegarci in che cosa si differenziano l’una dall’altra e come possono aiutarci a muoverci meglio nel mondo?

Il buddhismo (un certo tipo di buddhismo per essere precisi) distingue per comodità due livelli di realtà: il livello convenzionale e il livello “ultimo”. È un modo pratico di riconoscere che, mentre è perfettamente legittimo pensare alla realtà che viviamo come qualcosa di concreto, dove le esperienze sono isolate e individuabili, il tempo e i rapporti di causa-effetto si svolgono in modo lineare; se noi ci prendiamo la briga di guardare un po’ più in profondità, forse possiamo scoprire che tutti i fenomeni e le esperienze sono interconnesse, dipendono le une dalle altre, in un flusso continuo di cause e conseguenze. Il modello di pensiero dunque è la rete, in un sistema di interrelazioni condizionate dove “tutto dipende da altro” – diceva il Buddha.

Se tutto dipende da qualcos’altro (da molte cause e condizioni diverse), allora ciò che viviamo e perfino noi stessi – a livello ultimo, è vuoto di una natura intrinseca. Questa è il concetto di vacuità (di vera esistenza) proposto dal buddhismo. Ciò non significa che non esiste nulla (perché si è detto che a livello convenzionale le cose esistono), ma vuol dire che sia le persone che le esperienze non sono permanenti, autonome e indipendenti. Dunque non esistono di per sé, ma solo in relazione a molti altri fattori, che spesso non abbiamo la capacità di comprendere fino in fondo e la cui interrelazione non cogliamo del tutto.

Questa visione ci aiuta da un lato per ricordarci che le cose sono impermanenti, cambiano, si trasformano e nulla rimane uguale a se stesso, anche se a volte lo vorremmo tanto. E poi ci ricorda che siamo tutti connessi in modo così complesso e meraviglioso – ma anche spaventoso; e credo ce ne siamo resi conto molto bene con le recenti vicissitudini della pandemia, tanto per nominarne una.

Nel libro si fa anche riferimento alla legge del karma, tante volte equivocata, se non banalizzata. Lei sottolinea che non riguarda solo le nostre azioni ma anche le nostre intenzioni. Può aiutarci a fare chiarezza?

La parola karma significa azione (non significa destino!), e l’azione si svolge nel momento presente, di momento in momento. La legge del karma ci ricorda che non c’è nulla che noi compiamo con corpo, parola e mente, che non abbia delle conseguenze. Non esistono azioni che non portino a conseguenze; e non esistono conseguenze che non dipendano da cause. Il tutto attraverso un meccanismo coerente di azioni-risultati in linea con l’etica che li ha mossi.

E l’etica che muove le cose è appunto l’intenzione. La qualità del motore che mi spinge a fare o dire qualcosa (etico o non etico) è determinante per il risultato che ne deriva. A una intenzione virtuosa corrisponderà un risultato positivo; a una intenzione egoistica corrisponderà un risultato dello stesso tipo. Il tutto inserito nella rete di cause e conseguenze di cui si parlava prima, di interconnessione (interessere lo chiama il monaco buddhista Thich Nhat Hanh) di tutto ciò che accade. Si può dedurre facilmente come questo ci porti a un grande senso di responsabilità per tutto ciò che facciamo o diciamo; proprio perché il motore che spinge fenomeni, esperienze e persone è l’intenzione che li muove. 

Come si può scegliere la pratica di meditazione più adatta a sé e come comprendere se si sta percorrendo la strada giusta? Quali difficoltà si possono incontrare?

La meditazione concentrativa è la base per qualsiasi altro tipo o stile meditativo. È infatti la capacità di rimanere raccolti su un oggetto di attenzione (che può essere il respiro, come nella Mindfulness), che ci permette di sviluppare una stabilità mentale attenta e non giudicante – condizione necessaria per saper governare la mente. La concentrativa su un oggetto di attenzione, nella tradizione buddhista si chiama Shamata, ovvero “calmo dimorare”, e nei corsi di mindfulness di solito viene proposta come pratica di entrata. Penso che questo possa essere il punto di partenza per qualsiasi viaggio di conoscenza di sé, che utilizza la meditazione di consapevolezza anche attraverso stili diversi.

Poi ciascuno di noi potrà scegliere la strada che sente più utile; a volte abbiamo bisogno di cercare un po’ prima di trovare ciò che fa al caso nostro in un certo periodo della vita. Una volta trovato, il consiglio è quello di continuare con disciplina a seguire l’allenamento, come per qualsiasi altro training. Anche la scelta dell’insegnante fa la differenza: cercare un insegnante qualificato, che si sia formato presso un maestro o una scuola autorevole è altrettanto importante. Anche qui, a volte bisogna cercare un po’ e farsi un’idea della solidità e della serietà di chi si ha di fronte – evitando gli istruttori senza qualifiche chiare e accreditate. Nella tradizione buddhista si parla di “lignaggio” per fare riferimento alla catena di maestri e allievi che nel corso del tempo hanno tramandato un insegnamento e un metodo di insegnamento. Cercare e farsi un’idea personale ne vale la pena, perché il modo di insegnare e di trasmettere la “materia” è importantissimo, ed è quello che poi ci porteremo con noi in futuro. 

La dottrina buddhista ha una forte tensione etica, che andrebbe tenuta presente da chiunque pratichi la meditazione. Come possiamo evitare che questa diventi una mera tecnica, senza alcuna ricaduta sulla nostra dimensione valoriale?

La dimensione etica è il fondamento di qualunque sentiero spirituale o di conoscenza di sé. E l’etica coincide fondamentalmente con il bene comune, al di là della morale che appartiene ad un certo periodo storico o a un certo contesto socio-culturale. Il Dalai Lama insiste molto su questo punto: ci invita a praticare un’etica laica e orientata al rispetto della vita in tutte le sue forme come prima regola di questa complessa convivenza sul nostro comune pianeta terra (ora particolarmente in difficoltà).

Poi possiamo anche sederci sul cuscino da meditazione e avventurarci nel viaggio della conoscenza di sé. Se prima abbiamo affrontato la questione etica, e adottato una condotta virtuosa, fatta di rispetto e compassione per tutti gli esseri senzienti, allora potremo sedere a fare pratica contando su un’integrità di fondo che ci aiuta e ci sostiene. 

La mindfulness, quella che viene proposta oggi nei percorsi di 8 settimane, forse non insiste abbastanza su questo aspetto così determinante. Ma è chiaro che non serve a nulla cercare di ridurre lo stress iscrivendosi ad un corso di mindfulness, se nel resto della giornata si contribuisce a crearlo in se stessi e nel proprio ambiente con attività e comportamenti non etici. Il metodo cristiano dell’esame di coscienza – senza andare a scomodare le filosofie orientali – costituisce un buon punto di partenza per la propria e l’altrui felicità.

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di Donatella Vassallo

Nota biografica dell’autrice: 

Elisa Chiodarelli, laureata in Storia Orientale, ha approfondito la lingua sanscrita e la filosofia buddhista. È insegnante certificata per la conduzione del programma intensivo MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) per adulti presso il Center for Mindfulness – University of Massachusetts Medical School, Usa. È certificata inoltre per l’insegnamento della Mindfulness per ragazzi presso Mindful Schools, CA, Usa e dei protocolli di Mindful Eating. 

È abilitata alla conduzione di gruppi di meditazione Vipassana. 

È Life Coach diplomata presso ICTF.

Ha pubblicato il libro “I pensieri sono tigri di carta” per Hoepli nell’aprile 2022.

Segue ritiri di meditazione dei maestri buddhisti tibetani contemporanei e degli insegnanti del Center for Mindfulness, Brown University, Usa.

www.quietroom.it