“Made in Carcere: 100% sostenibile”, l’intervista di Vivere Naturale a Luciana Delle Donne

Un progetto che dà lavoro alle donne, agli uomini e ai minori carcerati, crea un’economia circolare, abbatte la recidiva, crea prospettive per il futuro
12 Giugno 2022
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Può un luogo di reclusione essere sostenibile? La risposta è sì ed è ciò che dimostra da anni Made In Carcere, il progetto nato in Puglia da uno slancio di Luciana Delle Donne, ex top manager di successo nel mondo bancario che, nel 2004, ha lasciato tutto per tornare nella sua Lecce e restituire un po’ di fortuna a chi non ha ricevuto molto dalla vita, promuovendo un’azione imprenditoriale all’interno delle mura carcerarie attraverso “Officina Creativa”, una no-profit impegnata nel reinserimento delle persone svantaggiate, detenuti in particolare. Oggi, dopo 15 anni, “Made in Carcere” è una realtà consolidata e sostenibile al 100%. Anzi, sostenibile due volte, perché interessa sia l’ambiente che l’inclusione sociale. Oltre ad abbattere la recidiva quasi del 100%. Chi non lavora, invece, circa l’80% dei casi torna a delinquere. “Quello che stiamo portando avanti è un lavoro molto importante e che sta dando i suoi frutti: diamo una nuova identità e dignità ai detenuti e alle loro famiglie, dando opportunità lavorative a chi di solito è invisibile. E, oltre a Lecce, operiamo in altre carceri come Bari, Matera, Trani e Taranto e allo stesso tempo supportiamo l’apertura di Sartorie sociali di periferia a Verona, Grosseto, Genova, Novara e Catanzaro, creando anche una rete virtuosa e trasferendo competenze e donando materia prima utile per costruire autonomia e indipendenza economica in situazioni di emarginazione”. 

Quali i prodotti che realizzate?

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“Noi realizziamo soprattutto gadget personalizzati per le aziende che, invece di comprare prodotti usa e getta che inquinano il pianeta e sfruttano le risorse umane, decidono di sostenere iniziative come la nostra per lanciare un loro messaggio di condivisione di questa idea. Oltre a realizzare borse, lo zoccolo duro che ci permette di pagare le persone in stato di detenzione sono i gadget per aziende, per eventi, per le università che ci aiutano ad aiutare altre persone disagiate. Alla base c’è il nostro modus operandi che prevede il riuso dei materiali con creatività, eleganza e bellezza. Alla base c’è la possibilità di scegliere e proporre accostamenti di colori e materiali. Per questo sai come ci chiamano? I Montessori per adulti, perché diamo a queste persone in stato di detenzione, impossibilitate a scegliere e decidere, di realizzare qualcosa in modo creativo: non sono solo esecutrici, non cuciono e basta, ma assemblano e scelgono, perché la vita è fatta di scelte, non di occasioni”. 

Vi rivolgete solo al femminile?

“No, a Matera operiamo nel carcere maschile. E nel carcere minorile di Bari con i quali produciamo biscotti vegani e biologici”.

Voi siete anche un esempio di economia circolare. 

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“Il nostro è un modello di economia rigenerativa. I tessuti che utilizziamo arrivano da aziende lucide che comprendono che donare a realtà come la nostra i loro scarti e le loro rimanenze fa bene a loro e a noi. Inoltre, in termini di bilancio, alleggeriscono il magazzino donando questi tessuti. Si tratta di aziende del Nord. Per esempio grazie al Consorzio Mare di Moda, che è un consorzio che fa una fiera a Cannes, noi abbiamo uno stand, Textile Bank, presso il quale otteniamo adesioni e scarti che possono essere tessuti di stagioni passate o di campionario. Quindi, invece di farglieli buttare via, creando anche altra anidride carbonica e inquinando, noi li recuperiamo. Naturalmente è più faticoso usare i materiali di scarto, rispetto allo srotolare un rotolo di tessuto, perché noi dobbiamo unire questi pezzettini di stoffa, creando patchwork di tessuti”. 

Ma, sebbene sia più faticosa, è utile anche in senso metaforico. 

“Stiamo parlando di persone che, attraverso questo lavoro, ricostruiscono anche una loro dignità e identità. Pertanto l’assemblare e accostare i tessuti è ripagata da questo percorso di crescita. Così, una volta uscite, avranno competenze professionali spendibili sul mercato del lavoro: competenze non solo tecniche, di sartoria, ma anche nello stare su un luogo di lavoro, rispettando ruoli, responsabilità, regole. Aspetti che non conoscevano”. 

E che diventano un prezioso bagaglio per non tornare a delinquere. 

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“Come tipologia di reati commessi preferiamo non conoscerli perché noi non giudichiamo ma cerchiamo solo compagni di viaggio. Il filo comune è che sono quasi tutte mamme. Quindi ancor di più è importante avere un approccio costruttivo perché ciò che imparano, il senso di stabilità e serenità ricadrà anche sui figli o sui nipoti, perché alcune sono già nonne. Qualche tempo fa, infatti, ho realizzato delle interviste per monitorare quello che io chiamo BIL, il Benessere Interno Lordo. Abbiamo ascoltato ventuno donne che avevano due-tre figli l’una. Questo cosa significa? Che fuori ci sono cinquanta ragazzi senza riferimento materno. Quindi l’idea di poter lavorare costituisce per loro un valore che trasferiscono ai figli. Significa per loro poter dire: “Stiamo lavorando, percepiamo uno stipendio e potremo camminare a testa alta una volta scontata la pena””.

Come si entra nel progetto? 

“Noi diciamo sempre che è importante rispettare le diversità e scegliere di cogliere questa opportunità per utilizzare proficuamente il tempo che si deve trascorrere in carcere che, altrimenti, sarebbe perso. Per fare questo devono rimettere in discussione tutte le loro convinzioni, la loro realtà. Devono volersi bene e ricominciare tutto d’accapo. Dico sempre che nella sfortuna sono state molto fortunate: perché la quasi totalità delle detenute vegeta venti ore al giorno e per le ore rimanenti cammina in un cubo di cemento che è il cortile”.

Come vi siete adattati al periodo della pandemia?

“Abbiamo realizzato circa 10mila mascherine che abbiamo donato. ai bisognosi, ai detenuti, ai senzatetto, ai contadini, alle prostitute, e oltre alla sofferenza del momento abbiamo avuto un crollo di fatturato quasi totale, perché gli eventi e convegni hanno avuto uno stop totale”.

C’è una storia che ti ha colpito molto? 

“C’è una donna che ha quasi un fine pena lunghissimo che però, sta ricostruendo se stessa. Sua figlia va all’università grazie allo stipendio che lei percepisce. Una cosa bellissima, anche perché lei sta prendendo le distanze dal reato e dal disagio”.

È un modello da esportare? 

“Io desidero che gli altri ci copino: le sartorie sociali di periferia nascono proprio per questo, per replicare il modello di recupero di tessuti e poi noi stampiamo le etichette per il brand. Insomma aiutiamo microimprese che altrimenti non potrebbero esistere: gli trasferiamo il know how, pubblichiamo foto dei loro prodotti. Questo cosa significa? Che non può esserci l’esclusività nel fare del bene. Quando qualcuno ci chiede l’esclusiva sul prodotto, significa che non ha capito niente. Fare del bene non può essere un circolo chiuso: bisogna aiutare ad aiutare”.

Altro obiettivo far vivere questa iniziativa e tante altre anche senza di te. 

“Per questo abbiamo creato una squadra che va avanti in autonomia. Siamo circa una quindicina di persone esterne che facciamo parte di un team creativo-organizzativo. Ci occupiamo di logistica e produzione e prototipia, progetti speciali e anche facciamo la raccolta per il 5 x mille. Fino ad ora non avevamo previsto il 5xmille. Ma in questi anni di pandemia il fatturato è stato pari a zero e questo ha significato anche la chiusura di alcuni laboratori e l’impossibilità di dare continuità al lavoro. Così abbiamo pensato che ricorrere al 5xmille, ad una raccolta fondi che potesse aiutare in momenti difficili. All’inizio avevamo preso le distanze da questo approccio perché pensavamo che si potesse autosostenere solo con il lavoro. Ma sono convinta che tornerà ad esserlo anche perché abbiamo ricominciato a lavorare: abbiamo da poco venduto 10mila borse ai supermercati Sisa, 3mila borse le consegneremo alla Conferenza Episcopale. Gli eventi tornano a muoversi e torna la tranquillità economica per pagare gli stipendi: la nostra gioia più grande. Insieme a quella di poter tornare a trovare le donne in carcere: per due anni siamo stati lontani e siamo entrati giusto per il necessario”. 

C’è un altro aspetto importante a cui fate attenzione: la salute. 

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“Dopo l’idea del recupero degli scarti tessili, ho sempre pensato alla condizione di salute delle donne in carcere e al fatto che avessero bisogno di alimentarsi in modo adeguato. Da qui è nata l’idea di far nascere “La Scappatella”, un biscotto fatto con olio, farina Senatore cappelli, vino e zucchero di canna. E ho pensato di realizzarli all’interno del Carcere Minorile dove ci sono i ragazzi: volevo far conoscere a loro la qualità del cibo, la qualità delle cose che solitamente per condizione familiare, trascuratezza loro non conoscono: non hanno mai sentito l’odore dell’olio buono, non hanno mai mangiato una farina non raffinata. Così è venuto fuori un prodotto fantastico, davvero buono, certificato biologico”.

Avresti mai pensato di arrivare a questo punto 15 anni fa?

“No! In realtà io pensavo di farmi una ‘passeggiata’ per un paio d’anni, una piccola esperienza, di creare qualcosa e di tornare indietro a fare ciò che avevo sempre fatto: diciamo che volevo restituire un po’ di fortuna che avevo avuto nella precedente esperienza bancaria. Ma non immaginavo tutto questo. Volevo occuparmi degli ultimi, ma non pensavo che durasse tanto. Sono salita sulla giostra e non so scendere. Essere partecipi della generazione del cambiamento tra le persone e renderle consapevoli e responsabili di un percorso di vita importante per tutti, che lasci traccia positiva è una grande emozione contagiosa. L’idea è proprio quella di condividere con gli altri l’etica e l’estetica, far capire che ciò che stiamo facendo con quelle donne, quei ragazzi e quegli uomini fa bene a tutti. Come fa bene restituire alla società quei pezzi di società a cui guardiamo con pregiudizio o con un paio di occhiali sbagliati…Bisogna smettere di pensare che il carcere sia un luogo da cancellare. Costa 60mila euro a persona l’anno: se le salviamo lavorativamente, salviamo anche la società. Se con l’economia circolare riusciamo a trasferire il concetto di stile anziché di moda e trasferiamo il concetto di progetto dietro ad un prodotto, la declinazione dello stile di vita delle persone cambierà perché, quando fai un acquisto, fai un acquisto consapevole, quando compri acquisti un progetto di vita, non più un prodotto e lo sostieni. Si diventa quindi complici o partner di un progetto che genera benessere: il BIL. Un Benessere che stiamo misurando grazie ad un comitato tecnico scientifico che abbiamo messo in piedi con Fondazione con il SUD che sta dando lavoro a circa 60 detenuti allargando il raggio di azione ad altre cooperative partner. La verità è che a me non interessa vendere le borse, ma vedere le persone che cambiano e che vivono  con gioia leggerezza  e allegria”.

Questa tua propensione ha radici nella famiglia?

“Come cultura familiare siamo sempre stati particolarmente generosi e abbiamo sempre condiviso la gioia di vivere: se c’è una persona che chiede l’elemosina, bisogna darla sempre perché comunque sta meno bene di te. Detto questo all’inizio ho messo al primo posto la carriera: ma dopo i primi successi importanti, mi sono rasserenata e mi sono resa conto del valore della mia persona. Ero ambiziosa e ho imparato ad essere umile, scegliendo di essere al servizio degli altri. Lo so che è una scelta, una fatica pure e a volte ti verrebbe voglia di mollare, ma c’è sempre una persona che ha bisogno di te”.

Come ha reagito la tua famiglia alla scelta di lasciare il mondo del lavoro? 

“Tutti sono rimasti scioccati quando ho lasciato la finanza, erano quasi incavolati. In fondo io qui faccio volontariato e non guadagno una lira. Ma Grazie a Dio siamo una famiglia molto unita, siamo cinque fratelli e c’è sempre un mutuo aiuto: è la bellezza dell’amore tra le famiglie e le persone”. 

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Angela Iantosca