Gabriele Ghio: “La mia casa sul ciliegio”

Da cinque anni ha scelto di vivere su un albero in un bosco nel nord Italia. Angela Iantosca lo ha intervistato per Vivere Naturale
11 Aprile 2022

Sono stati due scoiattoli a convincerlo. O forse quel silenzio, il sentirsi dentro qualcosa di grande, perfetto, pulito e nitido. Le gocce di pioggia, la lontananza di tutto ciò che è corrotto, meccanico e tecnologico. I suoi passi sulle foglie, i colori dell’alba e la neve che ovatta tutto. Ma anche quei sei metri quadrati nei quali mai avrebbe pensato di poter abitare. Eppure per Gabriele Ghio sono trascorsi già cinque anni dal suo primo ingresso nella casa sul ciliegio, dalla sua prima fuga, dalla paura del bosco e dei suoi ‘rumori’ incomprensibili. E dall’emozione del suo primo risveglio lontano dalla città, immerso nel nulla che è Tutto e forse per questo spaventa un po’. 

“Era un momento particolare della mia vita. Vivevo una vita frenetica, andavo troppo di corsa. Poi, un giorno, ero nel mio garage a sistemare il mio fuoristrada – i motori sono una mia grande passione – quando sono rimasto schiacciato: avevo messo male gli attrezzi, non ero sereno, non avevo la testa su ciò che facevo. Mi sono salvato per miracolo. Quando sono uscito dall’ospedale, ho capito che c’era qualcosa che non andava in me, che vivevo una vita non mia: mi ero fatto beffa di me stesso, avevo tirato la corda, avevo esagerato. Allora mi sono detto: “Devi fare quello che vuoi. Devi dire grazie alla vita, perché ti sei salvato, e non devi sprecarla”. Dopo poco, si è conclusa una storia importante d’amore e il contratto d’affitto della casa in cui mi trovavo non mi è stato rinnovato. Avevo perso tutto in poco tempo, eppure sentivo che stava nascendo dentro di me una coscienza diversa”. 

Ed è in quel momento che un amico gli suggerisce di ritirarsi un paio di giorni in una casetta nel bosco: giusto per staccare un po’. 

“All’inizio ho rifiutato l’offerta: mi sembrava un ossimoro, per come ero, andare in mezzo alla natura. Poi qualcosa è cambiato e sono arrivato in quel luogo il 31 luglio di cinque anni fa. Avevo lasciato tutte le mie certezze per andare in un posto di cui non sapevo nulla. Era tardo pomeriggio quando ho infilato per la prima volta il mio fuoristrada in quel bosco, arrivando ai piedi della casa sul ciliegio. Quando ho toccato terra, ho cominciato a sentire un’emozione nuova, profonda: mi sentivo come perso nell’oblio e confuso. Sapevo che sarei potuto rimanere al massimo una settimana, per questo mi ero portato una borsa con pochi vestiti e una tavola da surf. La casa era in uno stato di abbandono totale: c’erano insetti morti, ragnatele ed era come se fosse stata inghiottita dalla natura. Così ho appoggiato su due pile di mattoni la tavola da surf e mi sono messo a dormire lì sopra”.

Passano poche ore e Gabriele si sveglia di soprassalto. 

“All’una di notte ho aperto gli occhi di colpo e mi sono lasciato prendere dalla paura. Da cittadino non ero in grado di gestire un buio così forte, il giudizio, il pensiero che non potevo rimanere lì, nonostante nessuno lo sapesse. E poi quei rumori nel bosco: sentivo rametti che venivano spezzati, qualcosa o qualcuno che si avvicinava, echi, versi. Così mi sono buttato giù dalla casa e mi sono infilato nel fuoristrada. Avevo paura anche ad accendere i fari: chissà cosa avrei potuto illuminare! Arrivato sulla strada e raggiunto il paese più vicino, sono sceso e mi sono guardato intorno: il luogo era deserto, come la piazza, c’erano due lampioni, le finestre tutte chiuse. Una stanza era illuminata da un televisore acceso: sicuramente c’era qualcuno che dormiva sul divano davanti a quella tv. Ho iniziato a domandarmi come e chi vivesse lì, come si stesse. Mi sentivo più tranquillo, così sono risalito sul fuoristrada e sono tornato nel bosco a dormire”.

Gabriele è incerto e sopraffatto da ciò che sente e ciò che è sempre stato abituato a pensare: di giorno torna al lavoro e si ri-immerge nel traffico, nei ritmi della città e nelle sue problematiche, poi la sera torna a casa e stacca. 

“Non ho detto a nessuno di questa avventura all’inizio. Poi, dopo una settimana, una mattina, tiratomi su dalla tavola da surf e guardando fuori dalla finestra sul ramo del ciliegio ho visto due bellissimi scoiattoli: giocavano in un modo che non avevo mai visto, neanche nei servizi in tv più belli mai trasmessi. Era un atto così sincero e genuino che sono rimasto ad osservarlo incantato. Mi sono innamorato di quel momento, di ciò che vivevo e ho cominciato a domandarmi seriamente quale felicità volessi, cosa volessi. E, semplicemente, mi sono data una risposta: “Io voglio vedere questo tutti i giorni”. Da lì è nata la possibilità che mi sono dato di vivere in questa casetta, rimanendo tutta l’estate. Avevo deciso di vedere cose così belle tutti i giorni”. 

Gabriele, che aveva perso il sorriso, lo ritrova e pian piano adatta l’ambiente alle sue esigenze. 

“Non potevo far tutto e subito. Ma sicuramente dovevo rendere più ospitare la casa. Così ho cominciato a trovare delle soluzioni. Non potevo mica continuare a dormire su una tavola da surf… E allora ho dipinto le pareti all’interno, lasciando in vista le venature, ho dato forma a un soppalco dove dormire, per non togliere spazio al resto della casetta. Poi, quando è arrivato il freddo e ho deciso di rimanere, dopo aver sofferto un po’, tanto che non riuscivo neanche a scrivere perché avevo le dita congelate, ho trovato altre soluzioni”. 

Per due anni Gabriele lavora alla sistemazione della casa, ma soprattutto dentro se stesso.

“La difficoltà maggiore è stata la mente: mi ponevo tante domande a cominciare dal risveglio. Quando mi alzavo, stavo nella quiete del bosco, mi riempivo della neve e anche del silenzio. Durante il giorno mi buttavo nella società, nel rumore, nelle voci. Quando tornavo la sera, lungo la strada, mi domandavo dove stessi andando, perché avessi deciso di andare in un bosco, cosa dovessi dimostrare. Ma appena parcheggiavo il fuoristrada e camminavo nel mio sentiero tutte le domande volavano via. E sentivo la pace. La felicità portava via i dubbi. Finché un giorno tutto è cambiato: ho accettato me stesso, ho capito che avevo bisogno di una sfida del genere per star bene, che il silenzio era per me terapeutico, che in quell’ambiente stavo capendo tante cose di me che non conoscevo, che non mi bastava più andare a ballare la sera, che non volevo più vestirmi di ciò che la società si aspettava da me. E che la mia scelta era perfetta per Gabriele! Non volevo barattare il programma diverso che ogni sera mi offriva la Natura con quelli della tv”.

Quanto è insopportabile il rumore della città oggi?

“Quando vado in città per lavoro e devo rimanerci un po’, sento di nuovo addosso quella sensazione del vestito stretto, mi colpiscono le dinamiche delle persone che corrono e non ti sorridono. Allora mi dico: “Vabbè, stasera torno a casa”. Mi rendo conto che nella natura ci sono tante cose facili: già solo arrivare e parcheggiare dove voglio è un privilegio. Come lo è avere tutto il tempo per sé. E la casa, nonostante sia piccola, mi offre spazi infiniti che vengono regalati ai miei occhi tutto l’anno grazie a ciò che mi circonda. E al mio corpo soprattutto in primavera e in estate quando vivo appieno il bosco”.

Il film “Into The Wild” termina con una frase che è una presa di coscienza: “La felicità va condivisa”. Tu vuoi condividere tutto questo e, in parte, hai deciso di farlo tramite il tuo libro “La mia casa sul ciliegio” (TS Edizioni)? 

“La condivisone ci deve essere su tutto. La gente crede che io sia un saggio, un eremita. Ma non sono nulla di tutto ciò. Sicuramente posso dire che la prima notte ho pensato che avrei avuto paura della solitudine e, invece, non l’ho mai vissuta. L’ho vissuta nei viaggi in solitaria o in discoteca. Detto questo, il libro nasce da questo desiderio di condivisione. E devo dire grazie a mio padre che mi ha salvato quella notte in garage e a tante persone che mi hanno permesso di raccontare questa storia. L’ho fatto per far sì che qualcuno che si trova in un momento di smarrimento e non sa dargli un nome o è in cerca di ispirazione o di coraggio, anche solo per cambiar vita, possa trovare un riferimento. L’ho fatto anche per me, per superare una barriera e i pregiudizi. L’ho fatto per raccontare la libertà che c’è nel bosco dove non ci sono professioni, titoli di studio e conti in banca: ci sei solo tu, nudo, puro”.

Quanto è lontano il rumore della guerra?

“Mi tocca molto: è una cosa troppo forte e un concetto troppo obsoleto. Ci siamo evoluti in tutto e poi cosa facciamo? Di nuovo torniamo a prendere le armi in mano con tutte le conseguenze che questo comporta? Ricordiamo che siamo tutti collegati: anche io sull’albero subisco la guerra, ne pago le conseguenze. Come è successo per il Covid: ho perso mio papà ed io stesso l’ho avuto, vivendolo qui nella mia casetta. Nella natura non ho mai visto una formica fare uno sgambetto ad un’altra formica…”.  

Qual è ora il tuo prossimo progetto?

“Vorrei salire sul mio fuoristrada per fare un viaggio intorno al mondo per visitare tutte le case sugli alberi, dall’Italia a Costa Rica. Al termine, vorrei innamorarmi di una terra e costruirmi una nuova casa sull’albero con qualche confort in più magari (Ride – ndr), con l’acqua in casa, per me e per la mia famiglia che avrò. Vorrei creare una cultura arboricola, vorrei che in tanti cominciassimo a porci delle domande sugli alberi a cominciare dal cosa sono e dal come si può stare vicini a loro senza ucciderli. Mi piacerebbe trovare insieme soluzioni, tecniche, pensieri. Senza porre limiti e confini. Non voglio aprire una nuova casella per identificarmi come quello che vive sull’albero. Più caselle ci sono e più limiti si creano. Le mie sono state e sono solo delle scelte che hanno portato delle conseguenze dentro di me”.

Angela Iantosca

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